Free Transform. Le potenzialità del collage digitale nella foto-terapia
dal volume:
Autofocus - L'autoritratto Fotografico tra Arte e Psicologia.
A cura di Stefano Ferrari e Chiara Tartarini- Clueb 2010
Da vent’anni anno insegno le regole base della fotografia e del collage, sia in digitale sia su carta, e da due anni presso il Centro diurno per la fototerapia della ASL2 di Lucca, diretto da Carmine Parrella. Entrambi, pur con formazione diversa – io sono fotografa e Parrella è psicologo – riteniamo che la fotografia sia un ottimo strumento perché i pazienti possano comunicare con il mondo esterno. A ogni incontro, che si svolge una volta alla settimana, per una durata variabile dalle tre alle quattro ore, sono presenti da 4 a 6 partecipanti, affetti da diversi tipi di gravi psicosi, da disturbi bipolari e borderline. La dimensione gruppale è estremamente importante: assieme, i pazienti hanno più coraggio di uscire nel mondo, di considerare e ascoltare gli altri, di sperimentare che non sono i soli – e non sono soli – a combattere con la malattia.
Ogni venerdì facciamo una gita fotografica, con un pullmino e l’assistenza di alcuni volontari. Queste gite rappresentano un’occasione di scambio estremamente feconda e danno la possibilità agli utenti di realizzare scatti che poi, a poco a poco, entrano a far parte di un loro personale archivio fotografico. A partire da queste immagini – ma non solo: talvolta ricorriamo a foto che troviamo su Internet, su riviste o a quelle che i pazienti portano da casa, cioè le foto di famiglia o quelle che testimoniano eventi del loro passato – realizziamo fotomontaggi e collage con Photoshop. La tecnologia informatica, che ha un grande potere seduttivo, permette loro di raggiungere in breve tempo un forte senso di gratificazione.
La pratica
Un esempio
Siamo seduti in un cerchio e ci poniamo la domanda:
Come è andata la tua settimana?
Ciasun componente del gruppo porta la sua esperienza. Serena, in particolare, si esprime in maniera piuttosto sintetica:
Ho passato un brutto fine settimana.
Non volevo uscire.
Odio il buio dell’ inverno.
Con questa frase, Serena stabilisce tre parole o concetti chiave su cui lavorare: inverno, buio, Non uscire. Queste parole vengono scritte su un foglio, che rimarrà accanto al computer per tutta la durata del lavoro. Poi Serena osserva velocemente le proprie foto – come facesse zapping tra i canali televisivi –, seleziona quelle che sente più connesse alle parole chiave e alle emozioni ad esse correlate: le foto scelte (10 o 15) verranno trasferite nella cartella di lavoro, e saranno pronte per creare uno o più collage. A questo punto, l’attenzione di Serena si sposterà completamente sull’immagine e sulla sua creazione. Non penserà più alle parole di partenza – quelle stesse parole che, pure, le avevano dato lo stimolo per selezionare le sue fotografie. In questo caso, addirittura, accanto all’immagine creata verranno poste altre parole – quelle della poesia Nebbia di Giovanni Pascoli – che fungeranno da contraltare lirico all’ironico collage di Serena (fig. 1). Serena aveva fotografato lo gnomo, che guardava la strada dall’interno di una finestra protetta da sbarre – con un effetto non troppo dissimile a quello di uno “gnomo in gabbia”. La situazione aveva evidentemente fatto scattare un momento di identificazione… Comunque sia, poco tempo dopo, osservando il suo montaggio, a Serena è venuta in mente la poesia di Pascoli, che aveva imparato a memoria a scuola. È andata a ricercarla in rete, ed è stata lei a dare il titolo al lavoro compiuto.

fig. 1 – Serena, Era uno gnomo buio e tempestoso (con testo di G. Pascoli), 2009
Mettere l’immagine a proprio agio
Ogni partecipante lavora per conto proprio, mentre io lo assisto nelle questioni tecniche e di composizione. A volte sentono che qualche elemento disturba l’armonia del loro collage, che un colore non è “giusto”, che le dimensioni delle immagini mal si accordano le une alle altre, che gli oggetti sono collocati in maniera discordante. Mi sono accorta che molto spesso dimostrano di avere difficoltà con scala e misura: desiderano che tutto rientri nel loro montaggio – dimenticando la regola “meno è più”…! Per parte mia, cerco di aiutarli a semplificare, a eliminare, a ripulire, ad aggiustare i colori: in breve, a “tranquillizzare” la composizione. Credo sia un consiglio, apparentemente banale, che può avere ricadute anche nella vita quotidiana: la composizione, il collage, diventa così un ambiente nel quale fare ordine, una stanza (“tutta per sé”) in cui cercare di collocare le cose al giusto posto.

Fig. 2 – Stefano, Aquila, 2009
Spesso stimolo i pazienti a trattare la propria storia come se si trovassero sul palco di un teatro, a essere assieme drammaturghi, registi e scenografi dello spettacolo che andrà creandosi. Le immagini che comporranno il collage devono essere considerate alla stregua di “attori”, che dovranno essere liberi di muoversi fino al momento in cui non troveranno la giusta posizione. Propongo dunque spesso ai pazienti di spostarle, di collocarle in luoghi diversi, così da fare in modo di trovare il punto esatto in cui quel particolare si senta a “suo agio”.
Considero anche la scelta dello sfondo particolarmente importante perché il collage possa esprimere la giusta atmosfera. Ho notato che spesso i pazienti hanno problemi proprio con questo elemento, con lo sfondo. La mia ipotesi è che ciò rifletta, in realtà, il problema più generale che essi presentano a relazionarsi con l’ambiente che li circonda, a sentirsi appieno parte di un contesto. Con il mio lavoro di fotografa, e con gli strumenti che tale lavoro mi ha suggerito in molti anni di attività, tento di lavorare anche su questo. La mia, ovviamente, è una prospettiva unicamente estetica ma ritengo che tale prospettiva possa avere anche una ricaduta sul piano del riconoscimento di un’identità, e del ruolo che quell’identità può assumere in un contesto più ampio. Può diventare dunque una metafora del funzionamento sociale, e il mio ruolo è proprio quello di tentare di fare sì che quelle composizioni – e così la percezione che ne hanno i pazienti – risultino più armoniche, più bilanciate.

Fig. 3: Stefano, Pinna, 2009
Interpretazione estetica e interpretazione psicologica
Le linee guida che Carmine Parrella mi ha suggerito per il mio lavoro – e che, certamente, sono solo una parte del processo più ampio che coinvolge i pazienti del Centro diurno – potrebbero essere sintetizzate nei seguenti punti:
aiutare i partecipanti a scegliere le immagini iniziali in maniera veloce e intuitiva;
consigliarli per quanto riguarda gli aspetti tecnici, compositivi ed estetici;
stimolarli, attraverso il collage, a farsi autori di un “cambiamento di realtà”;
insegnare loro a osservare il lavoro compiuto da una certa distanza, considerandolo un’opera indipendente dal processo e attribuendogli un titolo;
accogliere le loro interpretazioni dell’opera, senza sovrapporle alle mie.
Quest’ultimo punto è di particolare importanza. Rispetto profondamente i significati che gli autori attribuiscono ai loro lavori, e ho imparato a riconoscere la facilità con la quale tali spiegazioni si trasformino da una circostanza all’altra. C’è un caso che considero esemplare: Mario, uno dei “nostri” pazienti (o autori), realizza spesso collage traboccanti di occhi – componendo tra l’altro, a poco a poco, un quadro di riflessione sul potere dello sguardo che, a mio avviso, è di grande interesse. Verrebbe spontaneo pensare che questi occhi, che ricorrono tanto ossessivamente nei suoi montaggi, simboleggino qualche cosa di persecutorio, di negativo e controllante. Ebbene, ho imparato a diffidare dei facili simbolismi! Per Mario, infatti – come lui stesso ha avuto modo di dirmi a più riprese – quegli occhi rappresentano la “vitalità”: “metto spesso il gatto nei miei collage, perché lo invidio: sta lì, mangia, dorme, osserva attentamente il mondo, è sereno e di buonumore…”

Fig. 4. Mario, Occhi felini, 2009
Non dimentico mai di lavorare accanto a uno psicoterapeuta. So che lui è in grado, ben più di me, di “leggere” i simboli – e di guardarsi dalle interpretazioni più immediate ma non aderenti alla complessità delle espressioni dei soggetti. Parrella ha in mente il loro quadro clinico, e quali possano essere le strategie giuste per farli lavorare in una direzione autocurativa. Io posso aggiungere la mia competenza sul piano creativo e cercare con loro una mediazione empatica. Mi addentro assai di rado in considerazioni psicologiche, seguo piuttosto il mio intuito artistico. Con un presupposto, che considero essenziale: rispettare le scelte dei pazienti e seguire i loro “ritmi creativi”, spiegando lentamente e ripetendo più volte i miei consigli, soprattutto quelli di ordine tecnico.
La tecnica del collage come metafora
Proprio la tecnica si rivela un utile strumento per far raggiungere al gruppo un’armonia di finalità. È tale armonia che guida le mie scelte: la semplificazione tecnica permette a me e a loro di lavorare per un fine comune, con gli stessi mezzi. Ad esempio, invece di far loro utilizzare lo strumento di Selezione libera (chiamato anche Lazo), ho optato per la “grande gomma per cancellare”, cosicché lavorino velocemente ed eliminino ciò che considerano superfluo. Poco importa che i tagli risultino meno precisi, o più “ruvidi”! Mi preme soprattutto evitare che pratiche troppo lunghe e complicate inibiscano la loro creatività. E questo – azzardo un’interpretazione psicologica che, come ho detto, non fa parte delle mie competenze – può rivelarsi anche una metafora sul piano terapeutico: cerco, insomma, di assecondare la loro propensione, il loro desiderio di cancellare, di liberarsi da qualcosa che percepiscono come gravoso… (fig. 3).
Utilizzo lo stesso tipo di approccio anche per quanto riguarda gli effetti di sfocatura parziale. Questi effetti vengono solitamente utilizzati per ottenere una maggiore profondità dell’immagine, nel suo rapporto con lo sfondo. Ritengo che anche l’utilizzo di questo strumento permetta agli autori di operare una scelta sul reale: cioè, che permetta loro di decidere a che cosa attribuire importanza e a che cosa non attribuire importanza; ovvero: che cosa mantenere nitido, attivo, influente, e che cosa invece far sfumare nell’indeterminato, nel vago, nell’astratto…

fig. 5 – Serena, Il treno in testa, 2009
Lo stesso vale anche per l’illuminazione, la saturazione o l’utilizzo del colore: illuminare l’angolo buio di una composizione, ad esempio, può permettere al paziente di alleviare l’angoscia provocata da una determinata immagine, che è stata parte della sua scelta iniziale (fig. 1). Se un collage sta “crescendo” troppo, o sta diventando troppo complesso, suggerisco di allargare la cornice esterna, di suddividerlo in più di un lavoro, di farne un dittico, o un trittico… Grande importanza ha per me l’utilizzo del colore, che incoraggio sempre i pazienti a personalizzare. Certo, gli autori possono scegliere di lavorare soltanto con colori fedeli alla natura – o, per lo meno, fedeli a quelli della fotografia di partenza – ma considero di grande importanza il fatto che essi possano decidere di trasformare la realtà dell’immagine attraverso il software, che è in grado di far virare la stessa immagine nelle tonalità di un unico colore di loro scelta.
Considero infatti il collage fotografico una forma creativa che tocca l’immaginario, pur partendo da un medium che è spesso associato alla documentazione e alla registrazione della realtà. Per tale motivo, incoraggio i pazienti a utilizzare le potenzialità dei mezzi che scegliamo per loro: potenzialità che, appunto, conducono l’immagine a diventare “altro”, e la realtà a trasformarsi. Il colore è uno dei mezzi più idonei – e anche più semplici e immediati – per trasformare la realtà, mantenendo tuttavia intatte le linee, i contorni, le sagome che sono parte della composizione. Il colore conferisce una tonalità d’insieme, uno stato d’animo all’opera. Ecco, quello che cerco di fare è rendere possibile la scelta di quello stato d’animo da parte del paziente. Suggerendogli che anche la “realtà” può trasformarsi, almeno in parte, se attribuiamo una tonalità differente alle forme che la compongono. Ma, allora, se le figure rimarranno le stesse e il colore che nella realtà le contraddistingue, e contribuisce al loro riconoscimento come tali, verrà a cambiare, il risultato finale sarà quello di una visione parziale della realtà? Forse. Ma questa parzialità, come suggerisce spesso Parrella, può essere in certi casi di grande aiuto, soprattutto in quelli di gravi patologie. Il taglio, la cancellatura – tecniche, ancora una volta, peculiari del collage – non saranno allora soltanto cesure, o “censure” operate sulla realtà: saranno anche modalità che permettono di vedere il mondo trasformato, con maggiore creatività e minore fatalità. Saranno i possibili ridimensionamenti del problema, le forbici che modellano, che sagomano ciò che ci circonda; saranno strumenti che permettono all’autore di stabilire la “giusta forma” delle cose. Questo, dal punto di vista pratico, significa far sbiadire le immagini negative, renderle meno verosimili, rendere i loro colori meno vivi o violenti. E, al contrario, valorizzare quelle parti dell’immagine che suggeriscono una possibilità di “benessere”, colorandole di tinte forti, vigorose, seducenti. Sono ben conscia che tutto questo possa apparire per lo meno riduttivo: ma credo fortemente che il montaggio delle immagini sia un fecondo esercizio mentale che ci rende capaci di esplorare le vie del nostro immaginario attraverso l’accostamento, o meglio l’integrazione, di elementi talvolta dissimili, o a prima vista disarmonici, che tuttavia sono parte integrante della nostra esistenza psichica. Attraverso il montaggio, il foto-montaggio in particolare, le diverse parti di noi possono imparare a convivere, nel rispetto di una pluridimensionalità dell’io.

Fig. 6_Mario, La torre rabbiosa, 2009
Sono felice, e anche un po’ orgogliosa, che tutto quello che facciamo con i pazienti possa essere utilizzato da loro nella vita vera. Sono felice, cioè, che molti elementi del processo in atto nella manipolazione delle fotografie abbiano lo stesso impatto sul processo di crescita. E se è vero, come si dice, che un’immagine vale più di mille parole, forse si potrebbe anche dire che un foto-collage racconta più di mille storie. E che il “miracolo” del montaggio digitale può davvero diventare la metafora di un pensiero magico.
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Il testo è l’elaborazione di un’intervista rilasciata dall’Autrice il 9 Luglio 2009 a Nancy Gershman, curatrice del blog Open To Hope Foundation. Grief Art & Hope. Gershman è un’artista che lavora nelle “arti visive su prescrizione”, creando fotomontaggi personalizzati che ella definisce “paesaggi onirici che curano”. La sua è una sorta di terapia della narrazione, in cui i frammenti della memoria sono assemblati in modo nuovo, permettendo al “cliente” di guardare a eventi e traumi del passato con occhio meno critico e con una certa ironia.
Adattamento del testo di Chiara Tartarini,International Association for Art and Psychology, Sezione di Bologna, c/o Dipartimento delle Arti Visive,piazzetta Morandi, 2 - 40125 Bologna
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